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È opportuno rimuovere il presidio del rating sull’operato dei gestori?

L’illusione è durata lo spazio di 18 mesi. Per evitare un’inondazione di BoT, BTp e CcT sul mercato secondario e le catastrofiche conseguenze per i conti (e non solo) dello Stato, nei primi mesi del 2012 le autorità di vigilanza dei mercati finanziari erano intervenute per scongiurare ondate di vendite forzose di titoli governativi da parte dei gestori.

Sulla scia dei ripetuti declassamenti del debito pubblico italiano, le authority si erano mosse per rendere meno rigidi i requisiti di rating minimo previsti per polizze, fondi comuni e fondi pensione. Strumenti finanziari stracolmi di titoli di Stato, dove il peso del merito creditizio dell'Italia incideva in misura significativa in virtù dell'importanza che la normativa e le stesse authority avevano dato in passato ai giudizi delle tre grandi sorelle del rating internazionale (Standard & Poor's, Fitch e Moody's). Un titolo, infatti, poteva e può ancora in alcuni casi essere inserito o meno in un portafoglio sulla base del rating assegnato dalle agenzie. 

La prima a muoversi il 18 gennaio 2012 era stata l’Isvap (oggi Ivass), eliminando il requisito del rating minimo    "A-" previsto per i titoli di Stato compresi nelle riserve delle index linked. Un intervento che aveva fatto da battistrada alle azioni, coordinate con le associazioni di categoria, di Covip, Consob e Banca d’Italia. In particolare, nel febbraio 2012, erano stati allentati i vincoli di rating imposti ai fondi monetari (ancora oggi pieni di titoli di Stato tricolore: 23,5 miliardi su un patrimonio totale di 28,5 miliardi di euro, ovvero l’82,5%), abbassando di quattro gradini (da "A2" a “Baa3” per Moody's e da "A" a “BBB-“ per S&P e Fitch) il rating minimo richiesto per questa tipologia di prodotti. Interventi straordinari che finora hanno consentito ai gestori di mantenere i BTp in portafoglio. Ma fino a quando?

L’ultima bocciatura dell’Italia da parte di S&P il 9 luglio scorso ha fatto scattare un nuovo allarme. Ulteriori declassamenti di due (per S&P e Moody’s) o tre gradini (per Fitch) sulla scala dei rating potrebbero infatti comportare la forzata vendite dei titoli di Stato da parte degli investitori istituzionali. Per spegnere la miccia di questa nuova bomba ad orologeria Banca d’Italia, Consob, Ivass e Covip hanno emanato settimana scorsa nuove disposizioni volte a consentire ai gestori di sganciarsi dai giudizi delle agenzie di rating e valutare in autonomia i rischi delle società nelle quali investono. Ma le procedure di valutazione di un investimento non dovrebbero essere già nel background di un gestore professionista? Nel rimuovere i paletti dei rating che delimitano il campo d’azione dei gestori non si aumentano a dismisura i rischi? Speriamo solo di non dover rimpiangere ciò che rappresentava comunque un presidio di tutela per i risparmiatori.